Popolare la democrazia

Source : Italicum


Intervista ad Alain de Benoist autore del libro “Populismo”, Arianna Editrice 2017, a cura di Luigi Tedeschi 

1. La attuale crisi della democrazia si manifesta nella degenerazione della democrazia stessa in oligarchia. Il liberalismo dunque non si identifica con la democrazia? O forse è il liberismo economico, è la selezione darwiniana della concorrenza selvaggia che determina l’oligopolio / monopolio in economia e l’oligarchia in politica?

Non solo il liberalismo non si identifica con la democrazia, ma i due termini si contraddicono tra loro. Il principio del liberalismo è la libertà degli individui. Il principio della democrazia è l’uguaglianza tra i cittadini. La democrazia, peraltro, trae la sua legittimità dalla sovranità popolare. Essa implica quindi l’esistenza di un popolo, che viene considerato come in «sé» o «per sé», in quanto demos, o ethnos o plebs. Per il pensiero liberale, i popoli non hanno una propria esistenza: sono concepiti solo come delle somme di individui, e si presume che questi siano alla ricerca continua della massimizzazione dei loro interessi personali, e che operano scelte a valle di loro stessi, senza essere mai guidati da una appartenenza collettiva.

Gli individui precedono la società. Entrano in società solo per un calcolo volontario e razionale che possa loro permettere di meglio difendere i loro interessi. È il contratto sociale. Del resto la filosofia liberale si limita ad una concezione soggettiva del diritto: gli individui possiedono diritti in ragione della loro stessa esistenza. Questi diritti sono di loro proprietà e si possono avvalere nell’opporli a una qualsiasi autorità politica. È la ragione per cui l’ideologia dei diritti dell’uomo, che è intrinsecamente liberale, è diventata la religione civile del nostro tempo. I diritti dell’uomo sono un assoluto, una decisione democratica che contraddice i diritti dell’uomo è considerata come nulla e mai avvenuta, e questo dimostra che i diritti dell’uomo non sono necessariamente i diritti del cittadino. L’esercizio della democrazia è posto sotto condizioni, poiché in ultima istanza non è lei che deve avere il primato. Attualmente la democrazia liberale è il modello di regime che domina nel mondo occidentale. Eppure Carl Schmitt non aveva torto nel dire che più una democrazia è liberale, meno è democratica.

2. Destra e sinistra hanno rappresentato per circa due secoli gli elementi dominanti della dialettica politica europea. Con la dicotomia destra / sinistra si sono contrapposti monarchia e repubblica, clericalismo e laicismo, conservazione e progresso, tradizione e progresso, borghesia e proletariato. Destra e sinistra hanno rappresentato la contrapposizione tra due opposte visioni del mondo, della cultura, dello stato, dell’ordine sociale. Nel suo libro lei afferma che con la fine della dicotomia destra / sinistra è finita “la forma politica della modernità”. Ma la fine della destra e della sinistra non rappresenta forse anche la fine della politica, o meglio del primato della politica sull’economia e sulla società civile?

In effetti la destra e la sinistra hanno strutturato il paesaggio politico negli ultimi due secoli. Si colloca generalmente l’origine di questo divario all’epoca della Rivoluzione francese, ma è entrato nel linguaggio corrente solo alla fine del XIX secolo. Tuttavia se si guarda più da vicino, ci si accorge che la permanenza di questo divario non è andata di pari passo con la permanenza del suo contenuto. L’opposizione tra destra e sinistra nasconde le questioni e i temi più diversi tra loro. Ho dedicato a questa problematica un intero capitolo del mio libro sul populismo. La mia indagine ha portato alla conclusione che è un grave errore il parlare di una «destra eterna» o di una «sinistra eterna». Alcuni temi non hanno mai cessato di viaggiare da destra a sinistra e viceversa. Lo stesso liberalismo, nato storicamente a sinistra, passato a destra durante la guerra fredda, è ripassato a sinistra nella fusione crescente del liberalismo economico (liberismo), e del liberalismo societario. Del resto da sempre esistono diverse destre e diverse sinistre (che si sono inoltre configurate diversamente a seconda dei paesi in cui si sono differenziate). Alcune di queste destre si sono rivelate più affini alla sinistra e non alle altre destre, e alcune di queste sinistre si sono rivelate più affini alla destra, e non alle altre sinistre. È la ragione per la quale, in ogni epoca, alcune correnti di pensiero si sono impegnate nell’oltrepassare il divario destra-sinistra, sia affermandosi come «né destra né sinistra», sia cercando di assumere una posizione «sia a destra sia a sinistra». In questo ambito come in molti altri, è necessario liberarsi dall’essenzialismo.

Il divario destra-sinistra si mantiene all’oggi nel panorama politico e parlamentare, ma non ci si rende conto che è di giorno in giorno sempre più obsoleto. Vengono pubblicati all’oggi saggi in cui gli autori detestano di situarsi secondo questo divario. Sul piano elettorale, la gente riconosce sempre meno la differenza tra destra e sinistra a causa della politica centrista dei programmi e di pratiche governative che si somigliano sempre più: c’è un’alternanza, ma non l’alternativa, e i grandi partiti si differenziano soltanto nella scelta dei mezzi che permettono la messa in opera di una identica politica. Ci sono sempre più persone che votano successivamente per dei partiti «di destra» o «di sinistra», e tutti i sondaggi rivelano che questa distinzione non ha più alcuna importanza ai loro occhi. Ma soprattutto, l’attualità rivela sempre più dei nuovi divari, che trascendono o attraversano totalmente la distinzione destra-sinistra. Ci sono i pro- europeisti e gli anti-europeisti di destra e di sinistra, gli antiliberali di destra e di sinistra, i regionalisti di destra e di sinistra, i critici della crescita a destra come anche a sinistra ecc … Tutto ciò mostra chiaramente che il divario destra-sinistra non è più uno strumento pertinente per analizzare e comprendere le evoluzioni politiche in corso.

Non credo affatto che l’esaurimento della diade destra-sinistra possa essere considerata come un segno della «fine della categoria del politico», anzi. La categoria del politico esisteva prima che si parlasse di destra e sinistra, ed esisterà ancora a lungo. L’uomo è un essere politico e sociale per natura. Il fatto più importante dell’ultima elezione presidenziale francese è che per la prima volta nella storia della V° Repubblica, i due finalisti al secondo turno, Emmanuel Macron e Marine Le Pen hanno l’uno e l’altro rifiutato di situarsi in relazione al divario destra-sinistra. Al contrario i grandi perdenti delle recenti elezioni sono stati i vecchi partiti governativi che restano i principali vettori di questo divario: in Francia, il partito socialista è agonizzante e i repubblicani sono in rovina. È una delle conseguenze dell’ascesa del populismo (Macron potrebbe essere definito come contrario al populismo). Orbene, questa ascesa, non è più sinonimo della fine della categoria del politico. I populisti non rifiutano la politica, ma una oligarchia politica corrotta che non difende altro che i suoi interessi privati. Si potrebbe anche dire che il rimprovero che sollevano ai politici è quello di non fare politica.

3. Secondo l’ideologia liberale l’individuo preesiste alla società. Lo stato deve essere neutro, non avere cioè alcun fondamento etico, perché in tal caso negherebbe l’originaria libertà dell’individuo di autodeterminarsi. Ma, nell’attuale contesto storico, il primato universale dei diritti dell’uomo non viene imposto con le armi, attraverso la repressione di ogni irriducibile diversità, criminalizzata come “male assoluto” o la qualifica di “stato canaglia”? Il liberalismo quindi non contraddice se stesso nei suoi fondamenti ideologico – politici?

Lei ha assolutamente ragione. La pretesa liberale alla «neutralità» è ovviamente insostenibile. A differenza di quello che pensano tutti quelli per cui il liberalismo è essenzialmente un relativismo, i liberali non hanno mai considerato le enunciazioni liberali e quelle antiliberali come entrambe vere: essi sono come tutti convinti della verità e della superiorità del loro punto di vista. La «neutralità» di cui si vanta il liberalismo, incontra l’affermazione secondo la quale ricuserebbe una qualsiasi ideologia. In realtà, il liberalismo non è altro che un’ideologia tra le altre. Inoltre ci piacerebbe evidenziare che questa «neutralità» non è mai esistita neppure nell’ambito della politica estera: lungi dal rifugiarsi in una posizione di neutralità, le democrazie liberali non hanno mai esitato a muovere guerre contro i regimi non graditi.

Ciò che è vero, al contrario, è il fatto che il liberalismo si rifiuta di dare agli individui delle istruzioni in materia di «vita buona», sul piano morale o religioso soprattutto. Questo rifiuto è la conseguenza del suo individualismo e dell’indifferenza al bene comune (che assimila, nel migliore dei casi, a un «interesse generale» inteso come la semplice somma degli interessi particolari). Il liberalismo è un sistema che, per alcune ragioni antropologiche ritiene che i rapporti sociali possano essere interamente regolati dal contratto giuridico e dallo scambio commerciale. Questa credenza approda in realtà alla «guerra di tutti contro tutti» che è spesso il preludio al caos. Nessuna società può essere durevolmente regolata in questo modo.

4. I movimenti populisti in Occidente esprimono il disagio e il dissenso dei popoli nei confronti delle elites delle oligarchie tecnocratico – finanziarie che hanno assunto la governance dell’Occidente capitalista. Tali movimenti hanno una loro comune origine nel rifiuto dell’ideologia del progresso? Sono movimenti potenzialmente rivoluzionari in quanto contestano i fondamenti del sistema capitalista, oppure esprimono solo rivendicazioni legate ai valori della società del ‘900, quali lo stato nazionale, il welfare, l’economia keynesiana?

Il grande errore che si fa spesso a proposito del populismo è di ritenere che sia portatore di una ideologia intrinseca. Il populismo non è un’ideologia, ma uno stile, e questo stile può combinarsi con le ideologie le più disparate. È la ragione per cui non penso che si possa dire che tutti i populismi trovino la loro origine in un rifiuto dell’ideologia del progresso. È sicuramente la ragione di alcuni di loro, ma non di tutti. La distinzione tra «populismo di destra» e «populismo di sinistra» è insoddisfacente. Essa rinvia preferibilmente a dei modi diversi di concepire il popolo, a seconda che ci si riferisca all’ethnos o al demos, o il contrario. Ma questo modo di fare ha in ogni caso dei limiti. Ernesto Laclau, un teorico populista della «sinistra», a cui ho dedicato un capitolo del mio libro, ritiene che i popoli siano sempre da ri(costruire). Ciò non è completamente falso, ma nulla si costruisce a partire da niente. Quando si parla di popolo, c’è sempre e necessariamente un «già lì» di cui bisogna tenere conto. Al limite si può forse parlare da un lato di un «populismo emancipatore», e dall’altro di un «populismo reazionario» (o populismo di piazza).

L’altra importante caratteristica del populismo è che sostituisce al divario orizzontale, la cui alternanza destra-sinistra era il modello classico, un divario verticale che oppone il popolo all’oligarchia, i perdenti ai vincenti della mondializzazione, le classi popolari e le classi medie alla Nuova Classe deterritorializzata, le zone periferiche alle grandi metropoli, in breve quelli «in basso», da quelli «in alto». Tenuto conto della pauperizzazione crescente delle classi medie, questo nuovo divario verticale ha buone opportunità di diventare il divario essenziale negli anni a venire.

5. Dopo la vittoria di Macron in Francia, la quasi certa vittoria della Merkel in Germania l’ondata populista in Europa sembra essersi arrestata. Il populismo in Europa è al tramonto? Vive forse un momento di eclissi? Oppure assisteremo a nuove evoluzioni dei movimenti populisti nel prossimo futuro?

Il fenomeno populista non si può apprezzare altro che nella lunga durata. In politica, non c’è spinta costante e uniforme. Ci sono solo delle tendenze che possono prendere velocità o rallentare. Nella Sua domanda Lei dice che la vittoria elettorale di Angela Merkel potrebbe essere l’indice di un rallentamento dell’onda populista. Ma in realtà alle elezioni del 24 settembre,l’Alternative fur Deutschland (AfD) ha avuto un successo senza precedenti collocando ben 90 deputati al Bundestag! Angela Merkel ha riportato il suo peggiore risultato da quando si occupa della cancelleria tedesca, e ciò fa pensare che il dopo-Merkel sia già cominciato.

Credo peraltro che sarebbe un grave errore ricondurre la crescita del populismo ai successi o alle sconfitte dei soli partiti o dei movimenti populisti. Gli apparati politici non rappresentano che loro stessi. Bisognerà fare i conti con quello che Vincent Coussedière ha giustamente chiamato «il populismo del popolo», cioè la volontà implicita delle classi popolari di conservare il controllo della loro riproduzione sociale, nel perdurare nel loro essere- insieme, di mantenere i modi di vita i costumi che gli sono propri. Questa volontà può usare delle modalità di espressione che non si riconducono alle pratiche elettorali, ma sono tutte testimonianze di un desiderio di «popolare la democrazia», cioè di fare in modo che la democrazia cessi di essere lo strumento dei ricchi e dei potenti per mettersi al servizio del popolo.

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